Amalgamando voce a voce

di Stelvio Di Spigno




C’è una linea metodologica intatta e concreta, che divide la poesia nella sua declinazione anche più prosastica, dalla prosa vera e propria, e in particolare dalla prosa che si vorrebbe poesia ma che per carenze qualitative e deficit di evocazione resta prosa. Una prosa che non è poesia, non è narrativa, un mostro a due teste ma senza la capacità di camminare e arrivare al lettore. Come ci avverte Maurizio Cucchi nella sua illuminante prefazione, che intravede di fino e ci comunica delle varie anime del libro qui in oggetto (tra cui quella avanguardistica, seppure in versione non spinta) su questa linea si muove, agilmente e con bilanciata temerarietà Uno stupore quieto di Mario Fresa, uno dei quattro o cinque poeti campani validi che hanno scelto (nel caso di Fresa con un successo fatto di attenzione critica proveniente da tutt’Italia e una serie di importanti pubblicazioni per editori maggiori) di restare e lavorare sul proprio territorio. Ed è questo un primo dato che colpisce. Sebbene la Campania non abbia manifestato, se non in rarissimi e ormai lontani casi isolati, una propensione a creare una propria tradizione poetica nel Novecento, Fresa comincia la sua ricognizione lirica azzerando ogni rapporto con quanto si è fatto in poesia nella sua regione. La sua poesia appare lontana sia dalle vicende poetiche delle neoavanguardie campane (il gruppo di Franco Cavallo e «Altri termini» e il Gruppo ’93, per intenderci) sia dal metricismo barocco di un Frasca o dal virtuosismo plurilinguistico di un Sovente. 



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