Le simbologie inusitate di Mario Fresa

Marco Tabellione


Nella sua distinzione tra poesia e non poesia, Benedetto Croce probabilmente avrebbe escluso dal carattere della poeticità alcune parole di impatto troppo moderno o riferite alla società industriale.
Viene da chiedersi che cosa avrebbe pensato della raccolta di Mario Fresa, intitolata Alluminio (LietoColle, 42 pagine, euro 10), dove emerge chiaro l’intento di riallacciarsi a simbologie nuove e inusitate.Un intento dunque di riscoperta da un punto di vista lirico di luoghi oscuri e dimenticati della realtà, come del resto conferma la prefazione di Mario Santagostini, secondo il quale i versi di Fresa «intendono portare alla luce il fondo vitale pressato dalla (cosiddetta) realtà e dunque sottomesso ad omissioni, cancellazioni, rimozioni».La grande capacità di Fresa è quella di riuscire a scovare e a rivelare il mistero che si cela anche dietro le semplici pieghe del reale.«Questo noi siamo, ingarbugliati in ciò che avviene: in questo largo sacco abbiamo infine trattenuto voglia e sostanza».La poesia dunque in Alluminio sembra mirare alla espressione ordinatrice e purificatrice di un reale caotico e complesso, che non si lascia altrimenti riordinare. E da questo intervento dello spirito e dell’intelletto sul reale oscuro può anche nascere la gioia, la felicità magari di una vita piena.
In questo senso va letta la lirica finale, che dà anche una chiave di lettura del simbolo fondamentale dell’opera chiudendola con versi illuminanti: «Dunque tu accogli questi solenni doni: pazientemente qui bisogna rilegarli nella notte dell’ascolto, nell’alluminio delle superbe luci», dove la parola alluminio potrebbe stare a significare una sorta di generale riverbero della luce, come per una gioia dilagante. In definitiva una poesia, quella di Fresa, impreziosita dalla scelta delle immagini, sempre legate a metafore capaci di dare al discorso poetico uno slancio nuovo verso il mistero e il sublime.