Adieu, mes amours, m'atent. Je suis en desarroy

Adieu, mes amours, m'atent. Je suis en desarroy
Mario Fresa è nato nel 1973. Dopo gli studi classici e musicali, si è laureato in Letteratura italiana. Ha pubblicato poesie, testi critici e traduzioni in volumi antologici e sulle principali riviste letterarie. Un'anticipazione della sua nuova raccolta poetica è apparsa sul numero 16 di «Smerilliana» (2014), con un saggio di Valeria Di Felice. 
Cura la rubrica Sguardi sul periodico «Gradiva. International Journal of Italian Poetry», di cui è redattore.









L'esperienza della soglia

di Gianluca D'Andrea



La poesia vive la dimensione della soglia, avviene quando l’alterità – il mondo, un oggetto, una persona, una voce, ecc. – si fa strada dentro l’individuo, quando questa alterità e il soggetto s’incontrano nello scambio reciproco che la scrittura in versi fissa nel momento in cui accade. Nella “nientificazione” dell’identità, che è l’attimo liminale della relazione, vive la poesia di Mario Fresa, della quale Uno stupore quieto è l’ultimo tassello. Gli episodi della riformulazione di questa esperienza della soglia, fondante quanto sfuggente, sono le quattro sezioni del libro: i movimenti, quasi l’impostazione musicale, della prima, Storia di G., aprono a un panorama onirico, per cui il riconoscimento del soggetto è delegato alla sua fame di nominazione. Il racconto, anzi, è scandito da una volontà etica, difficilmente raggiungibile, i cui indizi sono rintracciabili in figure connotate da aggettivi che spesso si ripetono nella trama dell’intera operazione. Si passa, così, dall’«astuzia viperina» (Metamorfosi I, p. 15, v. 6), dalle «striscianti/espressioni» (Ibid., p. 15, vv. 15-16), «il mefitico barbiere» (Metamorfosi IV, p. 20, v. 22) della prima sezione, allo «stupore quieto» (Questo corpo disossato, quasi irreale, p. 31, v. 7) della seconda, Titania. Le minacce oscillatorie degli accostamenti tradiscono la tensione morale che guida la narrazione in versi di Fresa. Il tentativo d’apertura espressa dal respiro ampio del verso dilatato, prosastico appunto, è corredato, come abbiamo già notato, dalla ricchezza degli attributi che si muovono alternando, a una visione negativa dell’esistente, l’altezza di un desiderio di miglioramento, una matrice ideale…



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Quieti stupori, lontane vicinanze
dal "Corriere del Mezzogiorno"

di Ugo Piscopo


Una conferma molto persuasiva della schiettezza della sua poesia, caso mai ce ne fosse stato bisogno, Mario Fresa la dà nella nuova raccolta Uno stupore quieto. Il quaderno fa parte, come volume 27, della Collana "Poesia" diretta da Maurizio Cucchi, in cui sono presenti autori come Giancarlo Majorino, Biancamaria Frabotta e Vivian Lamarque. 
Il curatore della collana ci introduce alla lettura dei testi con una prefazione sobria, ma motivata e puntuale, dove si richiama l'attenzione sull'etimo colto e vigilato della pronuncia della parola, sul senso complessivo di questa operazione e della posizione "in controtendenza attiva"della poesia di Fresa, rispetto al "qualunquismo stilistico" oggi largamente diramato nel fare poesia (e aggiungeremmo arte) sulla musicalità di un  modulo nuovo, quello della contaminazione fra versificazione e tessuto prosastico, che attualmente è un obiettivo primario largamente condiviso da molti autori.
Ed è proprio su questo terreno che va innanzitutto interrogata la silloge. A partire dalla disposizione narratologica delle composizioni (due poemetti introduttivi, una piccola raccolta di frammenti incesellati e impreziosita da accenni fulminei a irraggiungibili lontananze e a discrasie insanabili da subire come condizione esistenziale da parte di tutti, due altri poemetti ma meno lunghi dei due iniziali, l'affacciarsi infine sulla prosa dichiaratamente, implacabilmente istituzionalizzata in nome dei romanzi). 
Passando per le incastonature di gesti, di voci, di icone prelevati dalla banalità e dall'ovvietà del quotidiano. A entrare, in ultimo, nella diegesi dell'azione, dove il tutto, dalle scaglie disseminate come dal caso all'insopprimibile intenzionalità verificata nella sofferenza dell'attimo da parte dell'io narrante, trova una componibilità del dire, nel dirsi del dire. 
E'qui che si giunge alla porta dopo un lungo cammino "auf dunkeln Pfaden" (attraverso oscuri sentieri), per dirla con il poeta austriaco Georg Trakl.







Amalgamando voce a voce

di Stelvio Di Spigno


C’è una linea metodologica intatta e concreta, che divide la poesia nella sua declinazione anche più prosastica, dalla prosa vera e propria, e in particolare dalla prosa che si vorrebbe poesia ma che per carenze qualitative e deficit di evocazione resta prosa. Una prosa che non è poesia, non è narrativa, un mostro a due teste ma senza la capacità di camminare e arrivare al lettore. Come ci avverte Maurizio Cucchi nella sua illuminante prefazione, che intravede di fino e ci comunica delle varie anime del libro qui in oggetto (tra cui quella avanguardistica, seppure in versione non spinta) su questa linea si muove, agilmente e con bilanciata temerarietà Uno stupore quieto di Mario Fresa, uno dei quattro o cinque poeti campani validi che hanno scelto (nel caso di Fresa con un successo fatto di attenzione critica proveniente da tutt’Italia e una serie di importanti pubblicazioni per editori maggiori) di restare e lavorare sul proprio territorio. Ed è questo un primo dato che colpisce. Sebbene la Campania non abbia manifestato, se non in rarissimi e ormai lontani casi isolati, una propensione a creare una propria tradizione poetica nel Novecento, Fresa comincia la sua ricognizione lirica azzerando ogni rapporto con quanto si è fatto in poesia nella sua regione. La sua poesia appare lontana sia dalle vicende poetiche delle neoavanguardie campane (il gruppo di Franco Cavallo e «Altri termini» e il Gruppo ’93, per intenderci) sia dal metricismo barocco di un Frasca o dal virtuosismo plurilinguistico di un Sovente. 


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Poesia, inquietudine ed esoterismo

di Pasquale Maffeo



Ecco giungere a sorpresa, prodotta da Mario Fresa, l’edizione critica del salterio “Il tempo, ovvero Dio e l’uomo” di Gabriele Rossetti (Classici Carabba). Uscita da un travaglio di ripensamenti e riprese durato un decennio, l’opera non si stampava in Italia da centoventi anni. Abruzzese di Vasto, Gabriele era nato in una modesta famiglia l’ultimo giorno di febbraio 1783. Precoce e prensile, studiò letteratura filosofia disegno pittura e canto, a vent’anni guadagnò per merito l’adozione nobiliare che lo portò a Napoli. Nella capitale prese a frequentare circoli politici, conobbe e si fece conoscere, s’immischiò, celebrò i napoleonidi e Murat, fu librettista per il Teatro San Carlo e conservatore dei Bronzi nel regio Museo, incontrò Paisiello e Rossini. Ebbe mano nei moti del ’20. E quando il sovrano con armi austriache soffocò nel sangue la costituzione  giurata sull’altare, anch’egli, carbonaro e ricercato, dové riparare a Malta. Lì attese, osservò, origliò. Nel ’24 si imbarcò per Londra, meta ospitale di esuli europei. Nell’aprile del ’26 sposò Frances Mary Lavinia, figlia di quel Gaetano Polidori che in giuventù era stato segretario di Vittorio Alfieri, e sorella di John Polidori, medico al seguito di Byron e autore del romanzo nero The Vampyre, finito suicida nel ’21. Italiano che mai volle essere suddito britannico, consumò tra casa e scuola (ebbe la cattedra di Lingua e letteratura italiana al King’s College) una vita esemplarmente pulita, dignitosa, attraversata da sfide e passioni, affollata di visite e corrispondenze finché morte non lo colse, ormai cieco, il 26 aprile 1854. Dei quattro figli, Dante Gabriel fu caposcuola preraffaelita, Christina Georgina originale poetessa in ombra.
La produzione in prosa compagina i frutti di intuizioni e speculazioni di un pensatore di Dio radicato in un’intelligenza esoterica che nel 1837 gli ottenne la messa all’Indice.
Già le interpretazioni dantesche, Inferno e Purgatorio, la dicono lunga in proposito. Con un rincalzo che non ammette replica: Dante sarebbe stato affiliato a una setta protomassonica denominata (da lui Rossetti) Fedeli d’Amore. Ciò afferma e ribadisce Il Mistero dell’Amor Platonico nel Medio Evo, libro uscito nel 1840. La produzione in versi rivela un inquieto portatore di fede ora civile ora religiosa: mosso in esordio da un agitato desiderio di partecipare, indotto poi dai casi della vita a ripiegare in solitudine sulla Bibbia. Il salterio, sequenza poematica di salmi tripartita su scansione cronoligica (“quel che fu”, “quel che è”, “quel che sarà”), si snoda in ottave di senari ottocentescamente cesellati e ribattuti, gremite di immagini e metafore, bisognose di paziente lettura.




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